L'Altare della Reposizione dell'Anno 2013
               nella Chiesa superiore di San Pietro Apostolo

             
   Foto © By Giuseppe Aricò
 

Nella parete occidentale delle chiese con abside rivolta ad Oriente è la porta principale che simboleggia Cristo, unica porta attraverso la quale si giunge al Padre. Nella Cappella Palatina, al suo posto, è il soglio regio ove è allestito l’altare della reposizione. In varie chiese medioevali d’oltralpe in tal luogo era allocato un sepolcro (sovente d’un santo) per quel complesso rimando tra la morte, fine dell’esistenza terrena, e la vita eterna nella Gerusalemme celeste cui giungere solo passando attraverso l’unica Janua Coeli che è Cristo.
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el tabernacolo-repositorio (da riposto, custodito) è Cristo Eucaristia sotto la specie del pane. La teca, memoria dell’arca dell’Alleanza con le tavole della Legge conservata nel Tabernacolo, la tenda-tempio nel peregrinare di Israele nel deserto durante l’Esodo, è conformata come un’urna sepolcrale (donde l’errato appellativo di sepolcro) a ricordare che la resurrezione di Cristo, compimento della Legge, passa attraverso la morte.






















 







 














































 

Reposizione e non ostensione perché più marcata sia la fede nella presenza viva di Cristo che pur non vediamo. Figurazione di un processo di ritorno alla terra che si svolge nella notte, in cui può rifulgere maggiormente la luce della resurrezione dal quel sepolcro scavato nella roccia e richiamo alla notte della natività a Betlemme, quando nella grotta, il soffitto a muqarnas e stalattiti della navata centrale della Cappella la richiama, rifulgeva la luce di Cristo bambino. Questa è la notte in cui, dopo avere lasciato, per l’Umanità intera, Se stesso nell’Eucaristia, tradito e arrestato, Cristo patisce l’abbandono dei discepoli e la sofferenza. Suo è, in questa notte, l’invito alla veglia e alla preghiera. E noi pellegrini con la visita all’altare della reposizione esprimiamo il cammino dell’Umanità redenta verso Cristo e la Gerusalemme celeste.
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ell’equivalenza tra mensa sacrificale, dove si compie il mistero del rendimento di grazie della Eucaristia, e la croce, trono di Cristo re dell’Universo e strumento del suo martirio, i simboli della passione divengono simboli eucaristici e poiché “…tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” tutto il creato di Lui discorre e Gli rende onore.
Ornamenti di fiori (segno di vita che si rigenera), arbusti e foglie, veri e in effige, sbalzati, incisi, ricamati, che sono continuo richiamo a Cristo e alla Vergine Madre, corredentrice dell’Umanità.
Gigli
(neanche Salomone nella sua grandezza avrebbe mai potuto vestire di tanta bellezza) per il calice virginale che genera Cristo, artefice della Grazia. Nella loro sfumatura rosacea ci ricordano che tanta festa, simboleggiata dal bianco, è segnata dal versamento del Santo Sangue; rose rosse spinate che alla Deipara, rosa mistica, offrono la passione dolorosa  del Figlio; garofani, che nascondono tra i petali i chiodi della croce; rosse anturie cuoriformi a segno dell’amore che arde, iris che sono annunzio dell’Incarnazione e presagio (per effetto delle sagoma delle foglie) del dolore per la Sua passione e morte; fiordalisi e papaveri che occhieggiano tra le spighe di grano di cui sono compagni e ne richiamano la valenza eucaristica; tulipani che simboleggiano il divino amore. E ancora margherite che nel nome, traducibile in perle, racchiudono la visione della Gerusalemme celeste (le cui dodici porte sono perle) e la memoria del battesimo nascendo, la perla, dalla conchiglia e dall’acqua; crisantemi, fiori della resurrezione che per questo portiamo ai nostri defunti.
E poi edera, segno d’immortalità dell’anima e di vita eterna; acanto, le cui foglie, distaccate dalla pianta, presto muoiono. Ma, pur privata d’ogni foglia, vede il suo  fiore che sboccia e puntualmente la pianta risorge; palme simbolo di gloria, ma anche di martirio perché ai martiri è data la gloria celeste; alloro segno di vittoria e di trionfo; aspidistria dalle foglie a forma di lancia come quella che trafisse il Santo Costato facendone sgorgare il sangue e l’acqua nel connubio che lega l’acqua di salvezza del Battesimo al sangue dell’Eucaristia; tuia essenza che nell’antico era arsa a scopo sacrificale; monstera il cui nome richiama il prodigio della natura; oleandro, l’arbusto venefico dalle cui foglie lanceolate si ricavava un medicamento; ficus Benjamin che ricorda, nel nome, il fico albero del peccato e quindi della redenzione e nel suo complemento, che vuol dire prediletto, la predilezione del Padre per il Figlio Redentore; infine la comune canna palustre, scettro del Cristo percosso e deriso e segno della Sua divina regalità. Come ferula era bastone dei pontefici e dei ciantri capitolari.
I vasi, segno della Grazia che fiorisce dal ventre virginale di Maria, sono addobbati con “frasche” dal vario fogliame, fiorite di numerose e diverse essenze, segno anche della diversità nell’unità della Chiesa. Particolari quelli con l’edera cuoriforme appellata “pampino di Paradiso”. Nel cielo del baldacchino s’arricchiscono di spighe di grano e tralci vitinei, esplicitando il concetto di Grazia riversata attraverso Cristo Eucaristia. Nell’apparato i ricami svolgono l’elogio del creato, in un susseguirsi di girali e meandri, che rappresentano il percorso che il fedele compie per giungere a Cristo. Tra i piatti d’argento quello con Orfeo che si trae vittorioso dagl’Inferi, attraendo a se le creature con la sua musica, è richiamo alla prefigurazione di Cristo nella mitologia classica.
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e flebili fiammelle di ceri e candele che si consumano sono tributo di luce a Colui che è la Luce vera che mai si spegne; oro e argento, associati al sole e alla luna, sono omaggio al Re dell’Universo.
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ui cinque gradini (cinque è numero legato a Cristo e alle Sue Sante Piaghe, generato da quattro che è numero di umanità più l’uno che è segno dell’assoluto e del divino) che conducono  all’ara sacrificale sollevata d’un  suppedaneo onorifico in quanto altare-trono, una grande Croce greca rivestita d’edera, perché speranza di vita eterna, contornata di piccoli crisantemi perché fiori di resurrezione, lucente di fiammelle segno della luce di Cristo, il nuovo sole che sorge (la croce è antichissimo simbolo precristiano di rinascita solare). All’incrocio dei bracci, nell’onphalos, un piatto d’argento esapartito- sei è numero di compimento creativo e in Cristo si compie la Creazione- si avvale della rappresentazione naturalistica in chiave simbolica. L’umbone in centro reca la figurazione dell’eliotropo che rappresenta Cristo, nuovo sole e una corona di varie essenze floreali con valenze mariane e cristologiche.
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osto sulla mensa, addobbata con un antependium con il simbolo dell’Agnello mistico sul libro dei sette sigilli, é il repositorio-urna, con incisi i simboli della Passione (tunica inconsutile, dadi, corona di spine, calice, canne, golgota, croce, lancia, spugna, flagelli, guanto, alabarda, catene, chiodi, martello, lanterna, tenaglia, vessillo, colonna, scala), sormontato da cuspide crucigera a memoria del Calvario, è coronato da una coppia di cornucopie, segno dell’abbondanza della Grazia riversata da Cristo. La portina con apertura a ponte, che ricorda che Cristo è ponte con il Padre, è vegliata da due angeli, immagine della Corte celeste che lo adora. Poggia su un doppio  basamento, di cui uno embricato a ricordare le squame del pesce (nell’acronimo greco ICHTHUS è Iesous Christos Theou Huios Soter- Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore) e l’altro con il monogramma cristologico bernardiniano IHS.

















 

 

Le cortine che delimitano l’area, a richiamare il conopeo del tabernacolo eucaristico e i teli della pergula nell’antica basilica vaticana (anche la Cappella è titolata a san Pietro), sono anche lato riferimento al velo del Tempio, il grande drappo che segnava il limite tra la parte destinata ai sacrifici e il Sancta Sanctorum, sede dell’Arca, squarciatosi quando Gesù, rimettendo lo spirito nelle mani del Padre, spirò. Il verde è colore di umanità riferita a Cristo Gesù. Il bianco, colore della pienezza della luce, della festa celeste, di coloro che, nell’Apocalisse di Giovanni, “…hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello…”, ha il suo corrispondente nel rosso, utilizzato il Giovedì santo nei riti orientali ed ambrosiano, che esprime la regalità di Cristo, la Sua divinità, l’effusione del sangue e dello spirito. Un grande “tosello” rosso, centrato dall’occhio di Javeh, vi svolge funzione di fondale sovrammesso ad una cortina bianca, in segno di festa, mentre un grande baldacchino in seta bianca, ove campeggia la colomba dello Spirito Santo in una raggiera di luce, lo sovrasta quale rappresentazione del cielo e segno onorifico tributato dalla Chiesa a Cristo Re.

 

A testimoniare la fede degli antichi si espongono, quest’anno, in quest’occasione alcune reliquie di valenza cristologica; tre pietre dal Calvario, due delle quali, che si sono rivelate rari pesi per l’oro e l’argento della Palestina precristiana (II- I sec. a. C.) recano incise una croce greca. Pervenute alla Cappella a seguito delle Crociate, solo di recente sono state correttamente individuate; un encolpion,  reliquiario da portarsi appeso al collo, a croce bivalva, in bronzo a fusione, del IX – X sec. d. C., di probabile produzione longobarda dei ducati meridionali (Benevento, Capua), divenuti poi possedimenti dei Normanni e probabilmente, per loro tramite, giunto alla Cappella Palatina.

 

 

    Giovedì Santo A.D. MMXIII - Palermo, Cappella Palatina, Chiesa Superiore di S. Pietro Apostolo